“Il tempo in famiglia… ai tempi del Coronavirus”

“Il tempo in famiglia… ai tempi del Coronavirus”

 

 

 

 

 

 

 

Il periodo che stiamo vivendo ci costringe a fermarci, a sostare, a stare.
I pensieri in questi giorni affollano la mente e portano con sé preoccupazioni e ansie legate al presente e al futuro. La situazione di isolamento a cui siamo costretti, a volte ci fa sentire soli e un po’ spaesati, tutto questo è normale, così come lo sono le emozioni di rabbia, paura e tristezza.
Quello che stiamo vivendo è difficile ma è anche una grande occasione, non possiamo controllare quello che avviene intorno a noi, non del tutto, ma possiamo trovare il modo migliore di gestire questa situazione, attivando tutte le nostre risorse e, perché no, riscoprendone di nuove
Il Coronavirus, la sua diffusione, i rischi che porta con sé, preoccupano e allarmano, per questo è importante fidarsi di tutti i professionisti che stanno affrontando questa battaglia, quotidianamente e con fatica. Possiamo agevolare il loro lavoro, anche da casa, aiutandoli nel duro compito del contenimento della diffusione, attenendoci il più possibile alle indicazioni e disposizioni date.
E noi cosa possiamo fare? Possiamo proteggerci, proteggere le persone vicino a noi e soprattutto possiamo riscoprire il valore del tempo e utilizzarlo al meglio.
Questo è il momento in cui possiamo prenderci cura di noi, del nostro nucleo famigliare, dei nostri bimbi, piccoli, grandi o … in arrivo.
Questo è il tempo in famiglia.
Un tempo in cui ognuno avrà bisogno di spazi in cui esprimere e scaricare le proprie emozioni, a volte raccontando, cercando quindi una condivisione, oppure in solitaria ma all’interno di un sistema familiare che contenga e faccia da sostegno in un periodo così destabilizzante. Come genitori abbiamo il compito di accogliere, ascoltare, rassicurare i nostri figli. In risposta alle loro domande dobbiamo offrire loro informazioni semplici e chiare, raccontando sempre la verità, con parole diverse a seconda dell’età, ma pur sempre la verità. In parte può essere utile condividere vissuti e incertezze anche dei grandi per normalizzarle e affrontarle insieme.
In questi giorni spesso il tempo è sovraffollato di stimoli ed attività, tanto che alcune volte ci si può sentire in affanno all’idea di tutto quello che si potrebbe fare. Sarà importante, allora, anche se difficile, selezionare e identificare ciò che è affine alle predisposizioni e preferenze di ciascun componente della famiglia, selezionando spunti per piccole attività quotidiane e piccoli gesti tra i molteplici stimoli che il web ci offre.
In ultimo, come genitori, dobbiamo tenere a mente che non siamo solo i “presidiatori” della casa e delle nuove giornate, abbiamo bisogno di uno spazio anche per noi, di un tempo tutto nostro, come coppia e come persone singole, che ogni tanto sarà vitale riuscire a ritagliarsi nell’intreccio familiare. Il carico è notevole, per questo cerchiamo di scegliere qualcuno, di cui ci fidiamo, che in caso di necessità possa accogliere e contenere come ci sentiamo e quello che stiamo vivendo.

Un tempo sospeso che diventa tempo in famiglia, dove sarà prezioso potersi mettere in ascolto dei nostri bisogni e di quelli delle persone che abbiamo vicino, dove potremo selezionare e gestire al meglio i momenti della giornata, scandendoli ed organizzandoli, pensandoli e sfruttandoli, vivendoli e sentendoli.

 

IL TEMPO CON I BAMBINI

La casa, la famiglia è per i bambini lo spazio della sicurezza e lo è ancora di più in un momento in cui fuori succedono tante cose che non sono ben comprensibili e che fanno tanta paura.
La vicinanza stretta con mamma e papà per i bambini può anche essere un dato positivo, tanto da far sembrare la quarantena una vacanza! Avere i genitori a disposizione full time è un’occasione che non capita tutti i giorni. Per i genitori che hanno la fortuna di lavorare entrambi da casa dunque si tratta di mediare tra il lavoro e l’accudimento.
La gestione allora del TEMPO e degli spazi sarà necessaria affinchè si mantengano dei paletti tra il lavoro e la casa anche se si sta tutti insieme.

 

  • SCANDIRE IL TEMPO: la routine di cui si parla tanto in questi giorni, quella routine spesso data dagli orari di scuola e delle attività varie, ora va rimodulata con delle nuove regole che rispecchino la giornata in casa. Fondamentali sono quelle di base come la sveglia, gli orari dei pasti e la cura di sé, ma di uguale importanza sono poi quelle che delimitano le attività di studio, lavoro e gioco. Un’attenzione speciale va infine data ai tempi per la tv e per i vari di devices (tablet, ipad, ecc.), tutti strumenti che possono aiutarci a gestire i tempi e a proporre attività diverse ma che vanno ben strutturati affinchè non diventino motivo di continua conflittualità. In generale, può essere utile d limitare l’esposizione ai dispositivi multimediali a meno di un’ora al giorno, fino ai 5 anni, e a meno di due ore al giorno, fino agli 8 anni

 

  • STAFFETTA DEL TEMPO: per poter svolgere le attività scolastiche e il lavoro in smart working, anche in quelle case in cui sono presenti bimbi molto piccoli, può essere utile darsi dei turni tra mamma e papà, coinvolgendo magari, quando è possibile, anche i fratelli più grandi. Alternarsi in modo ordinato e programmato farà capire ai piccoli che ci sono delle attività che i grandi devono fare e che scandiscono ancora le giornate di tutti.

 

  • TEMPO SPECIALE: tutti ora abbiamo più tempo da condividere, da passare insieme. Questa è l’occasione di giocare, leggere, costruire, cucinare o fare qualsiasi attività che piaccia ai grandi e ai piccoli. Dedicare quindi un tempo della giornata, anche breve, alla scoperta di nuovi giochi o nuove attività, tempo che normalmente avremmo fatto fatica a trovare. Chi ha bimbi molto piccoli poi dovrà inevitabilmente dedicargli diversi momenti della giornata, proprio perché più bassa è l’età, minore è la capacità di giocare in autonomia. Con i bimbi piccoli sappiamo che la ripetitività dei giochi è necessaria, ma proporre ogni giorno una piccola novità o qualche variazione, creare quindi una scoperta nuova a cui affacciarsi, sarà sorprendente per i piccoli e liberatorio per i grandi.

 

  • TEMPO PERSO: perdere tempo sì, è l’occasione questa per perdere del tempo, annoiarsi un po’, rallentare i ritmi e non riempirci di attività da fare. La noia è un sentimento molto importante per l’uomo perché può diventare motore di nuove ricerche, terreno fertile per l’immaginazione, l’humus per lo sviluppo di una propria creatività. Anche quei bambini abituati a ritmi pressanti avranno la possibilità di ritrovarsi in un tempo di attesa di qualcos’altro, di qualcosa di nuovo, magari inventato da loro stessi. I momenti di noia sono inoltre necessari per poter metabolizzare le esperienze fatte, le informazioni raccolte nel corso della giornata, esperienza imprescindibile in un tempo così nuovo come questo del Coronavirus. Fermarsi ci darà la possibilità di scovare nuove idee e riflettere su noi stessi e il mondo.

 

Qui di seguito un semplice gioco da proporre ai bambini, che permette di riflettere e condividere come ci sentiamo.

 

IL TEMPO DEGLI ADOLESCENTI

La casa e la famiglia sono per l’adolescente un punto di partenza per scoprire il mondo. La forte spinta all’indipendenza e all’autonomia che contraddistingue questa età si scontra con la richiesta attuale di stare a casa. Inevitabilmente le mura domestiche possono diventare una prigione, amplificando quelle dinamiche conflittuali già presenti tra genitori e figli. Conflitto che a volte si esprime in piccole e grandi discussioni sulla convivenza, e sulla vita in genere, piuttosto che con un continuo isolamento in camera e con chiusura totale alla restante vita familiare.
Gli adolescenti sono nel loro bel mezzo di una crisi di sviluppo, non più bambini e non ancora adulti, sono lì che si attrezzano ad una nuova rinascita.
In questa evoluzione il TEMPO nell’adolescenza può essere vissuto come una corsa verso il futuro, pieno di aspettative e vitalità, che non può essere rallentato né tanto meno fermato. Al contempo spesso prende invece la connotazione di una pausa, di un’interruzione, del bisogno di fermarsi, di attendere e di isolarsi. Entrambi sono bisogni essenziali per la costruzione del proprio sé e dobbiamo tenerli sempre a mente, come genitori, nella loro inevitabile ambivalenza.
Per una convivenza diciamo sostenibile allora sarà necessaria un’organizzazione funzionale del tempo e dello spazio.

 

  • TEMPO IN FAMIGLIA: costruire insieme un planning casalingo per la condivisione delle nuove regole che scandiscono la nuova routine quotidiana, specificando bene i tempi condivisi (sveglia, pasti, uso del bagno, momento serale) e pensando accuratamente alla gestione degli spazi che ognuno nella casa può occupare in solitaria e di quelli invece adibiti a stare insieme. Le attività diurne ben strutturate conterranno l’ansia che tutti dobbiamo gestire in questa fase di emergenza e daranno maggiore stabilità ed equilibrio all’andamento della giornata. Ad esempio, si potrebbe dedicare la mattinata e il primo pomeriggio alle attività di didattica per i ragazzi e di lavoro per i genitori. Lasciare poi la fascia pomeridiana e preserale libera (da soli in stanza o con gli amici al telefono-video-chat o un’attività condivisa) per poi dedicare la cena e il dopocena allo stare insieme (cucinando, mangiando, guardando un fim, ecc.).

 

  • TEMPO IN SOLITARIA: per gli adolescenti è necessario avere dei momenti in solitudine, ma è utile anche per gli adulti. Se non c’è la possibilità di avere una stanza a disposizione a testa (ad esempio camere doppie con fratelli), si può pensare piuttosto a delle fasce orarie in cui, a turno, ognuno può chiudersi da solo a studiare o a lavorare o anche semplicemente a rilassarsi un po’.

 

  • TEMPO “SOCIAL”: in adolescenza il gruppo dei pari assume una notevole importanza, perché sostiene il processo di uscita dalla famiglia e di conquista della propria autonomia. La tecnologia, in questo momento, garantisce uno spazio di aggregazione virtuale che altrimenti, a fronte delle limitazioni imposte e delle angosce provate, rischierebbe di annullarsi. In questo momento la tecnologia sta veicolando messaggi molto positivi, di speranza e di sguardo verso il futuro. La scuola continua ad essere un punto di riferimento grazie alle nuove tecnologie che permettono la didattica a distanza. I social network diventano, ancora di più, strumento di supporto per sentirsi collegati e connessi agli amici evitando di uscire e aumentare il rischio di contagio. Il genitore può valorizzare la competenza del figlio adolescente nell’uso delle nuove tecnologie, per informarsi insieme a lui delle iniziative che via via stanno prendendo piede sul web, creando così un denominatore comune su cui si possono basare dei momenti di importante condivisione.

Qui  invece un divertente cartellone da stampare tratto dalla campagna per i ragazzi #SeEsciSeiFuori di Pepita Onlus, in collaborazione con la Fondazione Carolina.

 

In questo clima di straordinaria quotidianità questo articolo prova a proporsi come spunto di riflessione per la gestione del tempo e dello spazio, in un momento in cui tutto sembra troppo stretto o eccessivamente dilatato.
Quando invece a questa situazione di precarietà ed incertezza si aggiunge la fatica di disagi già preesistenti, il carico emotivo sarà ancora più complesso da gestire. Potrebbe essere utile, allora, confrontarsi con uno specialista, per poter affrontare situazioni che sono particolari e specifiche.
Per chi ne sentisse la necessità è possibile contattarci telefonicamente o via mail per concordare la possibilità di avere una consulenza specifica o di avviare un percorso di sostegno attraverso sedute in video-chiamata, modalità elettiva in questo momento di isolamento.

  Torino, 23 marzo 2020

 

A cura della dott.ssa Luisa Sale e della dott.ssa Paola Borgarello

Dott.ssa Luisa Sale

Psicologa – Psicoterapeuta

cell: 3459091981

email:luisellasale@gmail.com

www.studio-psicoterapia-torino.it
www.focusdsa.it

 

Dott.ssa Paola Borgarello

Psicologa – Psicoterapeuta

cell: 3284587335

email: paolaborgarello@hotmail.com

www.psicoterapiaborgarello.it

 

Universitari in crisi: come ripartire e affrontare la fase di blocco.

Universitari in crisi: come ripartire e affrontare la fase di blocco.

Il passaggio dalla scuola superiore all’università per molti ragazzi è molto complesso. Cambiano diverse cose: la modalità di studio, di valutazione, l’ambiente, le persone, i professori. Per quelli fuori sede cambia anche la casa, gli amici, lo stile di vita e così via. Come tutte le situazioni di cambiamento e di crescita, anche il passaggio agli studi universitari può comportare delle difficoltà legate alla separazione da precedenti contesti di vita familiare e scolastica.L’ingresso nel mondo universitario rappresenta inevitabilmente una tappa decisiva verso il raggiungimento della propria autonomia.

Per questo spesso in questa fase di vita compaiono delle vere e proprie crisi. Affrontare tutti i cambiamenti insieme non è certo semplice e spesso dei fili si aggrovigliano non lasciando più quella lucidità necessaria per proseguire nella propria strada o per fermarsi e ri-partire.

Non si è più piccoli e non si è neanche più ragazzini. Si inizia a definire un’identità che sarà l’impronta di quella adulta. Le relazioni amicali e affettive sono fondanti in questo periodo di vita. Ma l’ambiente universitario delle volte non le facilita. L’università è più dispersiva ed è più complesso conoscersi e frequentarsi in modo continuativo. Per questo moltissimi studenti, sopratutto nei primi anni, si ritrovano un po’ da soli ad affrontare quel mondo nuovo tanto sognato e atteso.

Alcune volte superati gli ostacoli legati all’inserimento nel nuovo contesto, possono manifestarsi altri disagi a causa di problemi più direttamente legati allo studio che possono incidere sui risultati.Un metodo di studio sbagliato o delle difficoltà che fino a quel momento non erano emerse, a volte creano un blocco, arenando il piano di studi intorno allo stesso esame per mesi.

Una consulenza psicologica può aiutare quegli studenti che incontrano difficoltà nell’affrontare tutte quelle situazioni legate alla propria esperienza di vita universitaria, quali difficoltà di inserimento nel contesto universitario, o legate all’organizzazione del proprio tempo e al metodo di studio, o ancora relazionali con compagni e/o docenti, o infine di concentrazione, ansia, senso di inefficacia e calo motivazionale.

Uno ciclo di otto incontri individuali può creare quello spazio di ascolto focale e di chiarificazione, dove poter individuare insieme quelle strategie appropriate per gestire i disagi legati all’esperienza universitaria. L’obiettivo è che lo studente possa ripartire dal momento di crisi, riuscendo a gestire piano piano le proprie difficoltà in piena autonomia.

Sempre nello studio di c. Einaudi 59, a Torino, partirà a breve un gruppo di Photolangage per studenti universitari. Il Photolangage è un metodo che utilizza la fotografia come strumento di mediazione di pensiero, parole ed emozioni nel gruppo. Le sessioni settimanali di un’ora e un quarto, condotte da due psicologhe-psicoterapeute, sono fatte per un gruppo che può variare da cinque a otto persone. Di volta in volta, i partecipanti scelgono una foto in risposta alla domanda posta al gruppo e poi si apre un momento di scambio nel gruppo attraverso il racconto e il confronto sulle specifiche scelte. Nella seconda parte i diversi punti di vista si confrontano, scoprendo nuovi sguardi e nuove visioni a volte della stessa realtà. Il Photolangage esercita l’attenzione e l’ascolto attivo, favorendo la simbolizzazione, l’insight e l’accettazione delle diversità e della specificità. Il Photolangage aiuta a raccontarsi anche quando sembra di non avere più le parole. Grazie alle immagini si crea un canale parallelo che apre a contenuti spesso inediti o poco consapevoli. Si lavora anche qui a cicli di otto incontri.

Il primo colloquio è gratuito e si potrà valutare insieme se intraprendere un percorso individuale o di gruppo. I costi sono calmierati sia per il percorso individuale sia per il laboratorio di gruppo.

Si valutano anche consulenze online, attraverso videochiamate (Skype, Whatsapp o simili).

Per maggiori informazioni telefonate al 3459091981 o scrivete a luisellasale@gmail.com.

Quando parliamo di TRAUMA e cosa si può fare. La terapia con EMDR.

Quando parliamo di TRAUMA e cosa si può fare. La terapia con EMDR.

Esistono diverse forme di esperienze potenzialmente traumatiche a cui può andare incontro una persona nel corso della sua vita. Esistono i “piccoli traumi” o “t”, ovvero quelle esperienze soggettivamente disturbanti che sono caratterizzate da una percezione di pericolo non particolarmente intensa. Si possono includere in questa categoria eventi come un’umiliazione subita o delle interazioni brusche con delle persone significative durante l’infanzia. Accanto a questi traumi di piccola entità si collocano i traumi T, ovvero tutti quegli eventi che portano alla morte o che minacciano l’integrità fisica propria o delle persone care. A questa categoria appartengono eventi di grande portata, come ad esempio disastri naturali, abusi, incidenti etc.

Qui sotto due video che ci mostrano anche che cosa avviene davvero nella terapia con EMDR
sia con gli adulti che con i bambini.

www.emdr.it

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/emdr-strumento-psicoterapia-traumi-medicina-33-video-2a918950-702a-44fe-9473-bb427d631edf.html

La Fototerapia

La Fototerapia

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Da D di Repubblica un bell’articolo sul potere terapeutico delle fotografie.

Curarsi con la fototerapia

Il potere terapeutico delle fotografie è adatto a chiunque: dagli adulti agli adolescenti, soggetti con problemi psicologici di varia entità. Ce ne parlano due esperti

di Paola Scaccabarozzi

Curarsi con la fototerapia

Là, accanto a quella porta, con quel sorriso, quella foto non me la dimenticherò mai… E l’immagine che abbiamo accuratamente scelto e caricato come sfondo sul pc o sul cellulare, perché proprio quella? Che significato ha?
“Se conservi la mia fotografia, vuol dire che mi tieni ancora nel cuore”, esordisce Judy Weiser, psicologa, arte-terapeuta e direttrice del PhotoTherapy Centre di Vancouver in Canada, nel suo “Fototerapia. Tecniche e strumenti per la clinica e interventi sul campo” (Ed. Franco Angeli), un libro che spiega il potere terapeutico delle fotografie.

Sì perché le fotografie possono fare miracoli là dove non arriva la parola. Le immagini scatenano un universo di emozioni e sensazioni. Un aiuto non da poco, dunque, per psicoterapeuti, analisti, psicologici e per coloro che vogliono conoscere un po’ meglio se stessi, andando oltre l’indagine verbale perché, a volte, il dialogo si ferma tra ricordi dimenticati e rimossi.
“Quando decisi di cominciare ad usare gli scatti fotografici dei pazienti e i loro album fotografici di famiglia come stimoli – spiega la Weiser nel suo libro – scoprii ben presto che rispondendo alle mie domande sulle fotografie potevano realizzare connessioni con memorie, pensieri e sentimenti sepolti profondamente nel loro inconscio che le mie sole interviste verbali erano incapaci di portare alla luce”.

Si parte così, concretamente, dalla semplice osservazione di alcune foto, “a prescindere dal loro valore artistico ed estetico, per innescare una narrazione guidata dal terapeuta, attraverso domande e osservazioni” precisa Antonello Turchetti direttore del Perugia Social Photo Fest. Qualunque fotografia può essere utilizzata. “Inclusi gli scatti personali del paziente” prosegue la Weiser, “o quelli realizzati da qualcun altro, immagini trovate su pagine di giornale, cartoline, calendari, copertine di album, biglietti di auguri o anche fotocopie di queste immagini. Lo scopo è quello di evocare emozioni”.

“Le immagini diventano quindi il veicolo per raccontarsi, per dire quello che non riusciremmo a comunicare mai a parole e per superare traumi e momenti di difficoltà” spiega Turchetti. “A partire dal motivo per cui le si è scattate, scelte, collezionate e archiviate. Si avvia una conversazione unica che parte dall’inconscio. Un mezzo straordinario, adatto a chiunque: dagli adulti agli adolescenti, da soggetti con problemi psicologici di varia entità. Anche perché spesso si lavora in équipe e il lavoro del fototerapeuta può essere coadiuvato, a seconda delle necessità, da varie altre figure: educatori, antropologi, psicologi, analisti, psichiatri,…”. Inoltre “il modo in cui una persona guarda le fotografie” illustra nel suo libro la Weiser,  “riflette il modo in cui si pone di fronte al mondo e alle persone”.

Ma il fototerapeuta chi è? Che formazione deve aver alle spalle?

“Un dubbio che sorge spesso riguardo alla Fototerapia è se sia necessario essere fotografi esperti per poter eseguire con successo un intervento di Fototerapia” spiega la Weiser. La risposta è no. Una formazione professionale nel campo dell’arte della fotografia si è spesso rivelata un handicap piuttosto che un vantaggio poiché le preoccupazioni estetiche per la composizione dell’immagine, le qualità tonali, i sistemi zonali, le formule decostruttiviste e così via, interferiscono con le risposte spontanee alle fotografie che sono necessarie per utilizzarle come mezzo di comunicazione emozionale”. Spesso vengono utilizzate anche foto sfocate, sgualcite, che raggiungono scarsi risultati estetici, ma che risultano estremamente utili per la terapia. “Pertanto anche i terapeuti che sono soltanto dei fotografi casuali o coloro che non hanno mai scattato una foto in vita loro sono in grado di incorporare la Fototerapia nel loro repertorio di strumenti professionali né più né meno di coloro che hanno ricevuto una formazione specifica dal punto di vista fotografico” conclude  Weiser.

Turchetti, la fototerapia è praticata nel nostro paese?
“In Italia ci sono diversi fototerapeuti. Questa è, infatti, una disciplina che sta prendendo sempre più piede nel nostro paese perché se ne sta comprendendo l’importanza e sempre più verrà affiancata alla psicoterapia cosiddetta “tradizionale”. E anche se non c’è ancora un elenco specifico dei fototerapeuti italiani, è possibile cercarli sul sito: www.phototherapy-centre.com”.

Le emozioni primarie

Le emozioni primarie

Dopo il film della Pixar “Inside out” si parla tanto di emozioni. Proviamo a ripensarle tramite questo articolo dal sito www.stateofmind.it:

Le emozioni primarie sono emozioni innate e sono riscontrabili in qualsiasi popolazione, per questo sono definite primarie  ovvero universali. Le emozioni secondarie, invece, sono quelle che originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale.

Costantemente proviamo tante emozioni, una vasta gamma, che varia da quelle positive a quelle negative. Fondamentalmente, cos’è un’emozione, di cosa si tratta? Proviamo, dunque, a fare un viaggio in questo mondo, esplorando più da vicino queste sconosciute che ci accompagnano per tutta la giornata … e nella vita.

L’emozione consiste in una serie di modificazioni che avvengono nel nostro corpo sia a livello fisiologico, alterazioni respiratorie e cardiache, sia di pensieri, ad esempio: “… che paura… ” o “… non c’è speranza…”, sia reazioni comportamentali, come il fuggire o gridare o alterazioni della mimica facciale, che il soggetto utilizza in risposta a un evento.

Sicuramente, se domani dovesse esserci una interrogazione da affrontare o un compito scritto, un verifica insomma, potrei provare ansia, paura, dovuta al fatto che non so bene come potrebbe andare, di non aver studiato abbastanza, di non sapere esattamente quali domande saranno affrontate e quali potrebbero essere i risultati ottenuti. In questo caso, si possono avvertire una serie di modificazioni a carico del fisico, come le farfalle allo stomaco, la secchezza delle fauci, mal di testa, respiro affannoso e così via. Si tratta di indicatori riguardanti stato di incertezza che si sta affrontando, perché le aspettative che si hanno sono distanti dalla realtà.

In tanti hanno studiato le emozioni cercando di definirle e categorizzarle, ma oggi vorrei porre l’accento sul lavoro messo a punto da Ekman nel 2008. Questo psicologo americano racconta di essere stato in un remoto villaggio sulle alture della Papua Nuova Guinea per studiare gli abitati del posto e verificare se fosse possibile riscontrare anche tra loro le stesse emozioni provate da altri popoli. Gli indigeni, i Fore, popolo pre-letterario, alla vista di Ekman che mangiava del cibo a loro sconosciuto rimasero stupiti. In particolare uno di loro rimase a guardare Ekman con una particolare espressione. Lo studioso entusiasta della loro reazione, fotografò l’espressione di disgusto evidenziata sul volto di questo membro della tribù e scrisse: “La fotografia illustra che l’uomo è disgustato dalla vista e dall’odore del cibo che io consideravo appetitoso” (p. 177). Questo è solo uno dei tanti esempi riferiti dallo scienzato.

Fu proprio seguendo questa Tribù che Ekman poté notare come le espressioni di base fossero universali perché riscontrabili in popolazioni diverse, anche in quella dei Fore che è isolata dal resto del mondo. Così decise di stilare una lista di emozioni divise in primarie e secondarie.

Le emozioni primarie o di base sono:

1. rabbia, generata dalla frustrazione che si può manifestare attraverso l’aggressività;

2. paura, emozione dominata dall’istinto che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una situazione pericolosa;

3. tristezza, si origina a seguito di una perdita o da uno scopo non raggiunto;

4. gioia, stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri;

5. sorpresa, si origina da un evento inaspettato, seguito da paura o gioia;

6. disprezzo, sentimento e atteggiamento di totale mancanza di stima e disdegnato rifiuto verso persone o cose, considerate prive di dignità morale o intellettuale;

7. disgusto, risposta repulsiva caratterizzata da un’espressione facciale specifica.

 

Queste sono emozioni innate  e sono riscontrabili in qualsiasi popolazione, per questo sono definite primarie  ovvero universali. Le emozioni secondarie, invece, sono quelle che originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale.

Esse sono:

– allegria, sentimento di piena e viva soddisfazione dell’animo;

– invidia, stato emozionale in cui un soggetto sente un forte desiderio di avere ciò che l’altro possiede;

– vergogna, reazione emotiva che si prova in conseguenza alla trasgressione di regole sociali;

– ansia, reazione emotiva dovuta al prefigurarsi di un pericolo ipotetico, futuro e distante;

– rassegnazione, disposizione d’animo di chi accetta pazientemente un dolore, una sfortuna;

– gelosia, stato emotivo che deriva dalla paura di perdere qualcosa che appartiene già al soggetto;

– speranza, tendenza a ritenere che fenomeni o eventi siano gestibili e controllabili e quindi indirizzabili verso esiti sperati come migliori;

– perdono, sostituzione delle emozioni negative che seguono un’offesa percepita (es. rabbia, paura) con delle emozioni positive (es. empatia, compassione);

– offesa, danno morale che si arreca a una persona con atti o con parole;

– nostalgia, stato di malessere causato da un acuto desiderio di un luogo lontano, di una cosa o di una persona assente o perduta, di una situazione finita che si vorrebbe rivivere;

– rimorso, stato di pena o turbamento psicologico sperimentato da chi ritiene di aver tenuto comportamenti o azioni contrari al proprio codice morale;

– delusione, stato d’animo di tristezza provocato dalla constatazione che le aspettative, le speranze coltivate non hanno riscontro nella realtà.

Quindi, le seconde sono delle emozioni più complesse e hanno bisogno di più elementi esterni o pensieri eterogenei per essere attivate.

Bene, siamo giusti alla fine di questo piccolo viaggio. Alla prossima avventura nel mondo della psicologia!

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Naruto: il cartone animato che aiuta a pensare le emozioni difficili

 

BIBLIOGRAFIA:

Superare un trauma e ritrovare la serenità attraverso le sedute di EMDR

Superare un trauma e ritrovare la serenità attraverso le sedute di EMDR

 

Vivere un trauma può cambiare completamente l’esistenza dell’individuo che lo ha subito, provocando ansia, attacchi di panico, depressione, disturbi ossessivi, atteggiamenti compulsivi. Un metodo poco conosciuto l’EMDR aiuta a guarire la ferita psichica

 

Come si può affrontare un trauma? E’ possibile ritornare a vivere come prima dell’avvenimento che ci ha stravolto la vita? Uno studio svolto sui genitori che avevano perso i loro figli nel crollo della scuola elementare durante il terremoto nel 2002 a San Giuliano di Puglia, in Molise, ha mostrato come è possibile curare i disturbi post traumatici da stress.

EMDR è un trattamento psicoterapeutico che facilita la risoluzione di sintomi e di disagi emotivi legati a esperienze di vita stressanti e traumatiche. L’efficacia della tecnica di “Eye Movement Desensizitation and Reprocessing”, che significa “Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari” è stata dimostrata direttamente con fotografie del cervello, prima e dopo la terapia.

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Una guida per i DSA

Una guida per i DSA

Dal sito www.psicologiaescuola.it

“Come leggere la dislessia e i DSA”, a cura di Giacomo Stella e Luca Grandi, oggi arrivata alla quarta ristampa, è la prima guida in Italia rivolta agli insegnanti che vogliono prepararsi per affrontare i DSA in classe.
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La guida Come leggere la dislessia e i DSA, a cura di Giacomo Stella e Luca Grandi, Giunti Scuola, Firenze 2011.

“Ma siamo sicuri che sia dislessico?”. “Ma no, i dottori si sono sbagliati, questo bambino non ha nessun DSA, è solo svogliato”. “Come si fa a capire se è solo un po’ indietro nello sviluppo o se ha un DSA?”. Queste domande e affermazioni si sentono spesso nei corridori scolastici, pronunciate da genitori preoccupati e talvolta da insegnanti. E in ogni classe è altamente probabile ci sia almeno un bambino con DSA, di livello più o meno severo.

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