La Fototerapia

La Fototerapia

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Da D di Repubblica un bell’articolo sul potere terapeutico delle fotografie.

Curarsi con la fototerapia

Il potere terapeutico delle fotografie è adatto a chiunque: dagli adulti agli adolescenti, soggetti con problemi psicologici di varia entità. Ce ne parlano due esperti

di Paola Scaccabarozzi

Curarsi con la fototerapia

Là, accanto a quella porta, con quel sorriso, quella foto non me la dimenticherò mai… E l’immagine che abbiamo accuratamente scelto e caricato come sfondo sul pc o sul cellulare, perché proprio quella? Che significato ha?
“Se conservi la mia fotografia, vuol dire che mi tieni ancora nel cuore”, esordisce Judy Weiser, psicologa, arte-terapeuta e direttrice del PhotoTherapy Centre di Vancouver in Canada, nel suo “Fototerapia. Tecniche e strumenti per la clinica e interventi sul campo” (Ed. Franco Angeli), un libro che spiega il potere terapeutico delle fotografie.

Sì perché le fotografie possono fare miracoli là dove non arriva la parola. Le immagini scatenano un universo di emozioni e sensazioni. Un aiuto non da poco, dunque, per psicoterapeuti, analisti, psicologici e per coloro che vogliono conoscere un po’ meglio se stessi, andando oltre l’indagine verbale perché, a volte, il dialogo si ferma tra ricordi dimenticati e rimossi.
“Quando decisi di cominciare ad usare gli scatti fotografici dei pazienti e i loro album fotografici di famiglia come stimoli – spiega la Weiser nel suo libro – scoprii ben presto che rispondendo alle mie domande sulle fotografie potevano realizzare connessioni con memorie, pensieri e sentimenti sepolti profondamente nel loro inconscio che le mie sole interviste verbali erano incapaci di portare alla luce”.

Si parte così, concretamente, dalla semplice osservazione di alcune foto, “a prescindere dal loro valore artistico ed estetico, per innescare una narrazione guidata dal terapeuta, attraverso domande e osservazioni” precisa Antonello Turchetti direttore del Perugia Social Photo Fest. Qualunque fotografia può essere utilizzata. “Inclusi gli scatti personali del paziente” prosegue la Weiser, “o quelli realizzati da qualcun altro, immagini trovate su pagine di giornale, cartoline, calendari, copertine di album, biglietti di auguri o anche fotocopie di queste immagini. Lo scopo è quello di evocare emozioni”.

“Le immagini diventano quindi il veicolo per raccontarsi, per dire quello che non riusciremmo a comunicare mai a parole e per superare traumi e momenti di difficoltà” spiega Turchetti. “A partire dal motivo per cui le si è scattate, scelte, collezionate e archiviate. Si avvia una conversazione unica che parte dall’inconscio. Un mezzo straordinario, adatto a chiunque: dagli adulti agli adolescenti, da soggetti con problemi psicologici di varia entità. Anche perché spesso si lavora in équipe e il lavoro del fototerapeuta può essere coadiuvato, a seconda delle necessità, da varie altre figure: educatori, antropologi, psicologi, analisti, psichiatri,…”. Inoltre “il modo in cui una persona guarda le fotografie” illustra nel suo libro la Weiser,  “riflette il modo in cui si pone di fronte al mondo e alle persone”.

Ma il fototerapeuta chi è? Che formazione deve aver alle spalle?

“Un dubbio che sorge spesso riguardo alla Fototerapia è se sia necessario essere fotografi esperti per poter eseguire con successo un intervento di Fototerapia” spiega la Weiser. La risposta è no. Una formazione professionale nel campo dell’arte della fotografia si è spesso rivelata un handicap piuttosto che un vantaggio poiché le preoccupazioni estetiche per la composizione dell’immagine, le qualità tonali, i sistemi zonali, le formule decostruttiviste e così via, interferiscono con le risposte spontanee alle fotografie che sono necessarie per utilizzarle come mezzo di comunicazione emozionale”. Spesso vengono utilizzate anche foto sfocate, sgualcite, che raggiungono scarsi risultati estetici, ma che risultano estremamente utili per la terapia. “Pertanto anche i terapeuti che sono soltanto dei fotografi casuali o coloro che non hanno mai scattato una foto in vita loro sono in grado di incorporare la Fototerapia nel loro repertorio di strumenti professionali né più né meno di coloro che hanno ricevuto una formazione specifica dal punto di vista fotografico” conclude  Weiser.

Turchetti, la fototerapia è praticata nel nostro paese?
“In Italia ci sono diversi fototerapeuti. Questa è, infatti, una disciplina che sta prendendo sempre più piede nel nostro paese perché se ne sta comprendendo l’importanza e sempre più verrà affiancata alla psicoterapia cosiddetta “tradizionale”. E anche se non c’è ancora un elenco specifico dei fototerapeuti italiani, è possibile cercarli sul sito: www.phototherapy-centre.com”.

Le emozioni primarie

Le emozioni primarie

Dopo il film della Pixar “Inside out” si parla tanto di emozioni. Proviamo a ripensarle tramite questo articolo dal sito www.stateofmind.it:

Le emozioni primarie sono emozioni innate e sono riscontrabili in qualsiasi popolazione, per questo sono definite primarie  ovvero universali. Le emozioni secondarie, invece, sono quelle che originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale.

Costantemente proviamo tante emozioni, una vasta gamma, che varia da quelle positive a quelle negative. Fondamentalmente, cos’è un’emozione, di cosa si tratta? Proviamo, dunque, a fare un viaggio in questo mondo, esplorando più da vicino queste sconosciute che ci accompagnano per tutta la giornata … e nella vita.

L’emozione consiste in una serie di modificazioni che avvengono nel nostro corpo sia a livello fisiologico, alterazioni respiratorie e cardiache, sia di pensieri, ad esempio: “… che paura… ” o “… non c’è speranza…”, sia reazioni comportamentali, come il fuggire o gridare o alterazioni della mimica facciale, che il soggetto utilizza in risposta a un evento.

Sicuramente, se domani dovesse esserci una interrogazione da affrontare o un compito scritto, un verifica insomma, potrei provare ansia, paura, dovuta al fatto che non so bene come potrebbe andare, di non aver studiato abbastanza, di non sapere esattamente quali domande saranno affrontate e quali potrebbero essere i risultati ottenuti. In questo caso, si possono avvertire una serie di modificazioni a carico del fisico, come le farfalle allo stomaco, la secchezza delle fauci, mal di testa, respiro affannoso e così via. Si tratta di indicatori riguardanti stato di incertezza che si sta affrontando, perché le aspettative che si hanno sono distanti dalla realtà.

In tanti hanno studiato le emozioni cercando di definirle e categorizzarle, ma oggi vorrei porre l’accento sul lavoro messo a punto da Ekman nel 2008. Questo psicologo americano racconta di essere stato in un remoto villaggio sulle alture della Papua Nuova Guinea per studiare gli abitati del posto e verificare se fosse possibile riscontrare anche tra loro le stesse emozioni provate da altri popoli. Gli indigeni, i Fore, popolo pre-letterario, alla vista di Ekman che mangiava del cibo a loro sconosciuto rimasero stupiti. In particolare uno di loro rimase a guardare Ekman con una particolare espressione. Lo studioso entusiasta della loro reazione, fotografò l’espressione di disgusto evidenziata sul volto di questo membro della tribù e scrisse: “La fotografia illustra che l’uomo è disgustato dalla vista e dall’odore del cibo che io consideravo appetitoso” (p. 177). Questo è solo uno dei tanti esempi riferiti dallo scienzato.

Fu proprio seguendo questa Tribù che Ekman poté notare come le espressioni di base fossero universali perché riscontrabili in popolazioni diverse, anche in quella dei Fore che è isolata dal resto del mondo. Così decise di stilare una lista di emozioni divise in primarie e secondarie.

Le emozioni primarie o di base sono:

1. rabbia, generata dalla frustrazione che si può manifestare attraverso l’aggressività;

2. paura, emozione dominata dall’istinto che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una situazione pericolosa;

3. tristezza, si origina a seguito di una perdita o da uno scopo non raggiunto;

4. gioia, stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri;

5. sorpresa, si origina da un evento inaspettato, seguito da paura o gioia;

6. disprezzo, sentimento e atteggiamento di totale mancanza di stima e disdegnato rifiuto verso persone o cose, considerate prive di dignità morale o intellettuale;

7. disgusto, risposta repulsiva caratterizzata da un’espressione facciale specifica.

 

Queste sono emozioni innate  e sono riscontrabili in qualsiasi popolazione, per questo sono definite primarie  ovvero universali. Le emozioni secondarie, invece, sono quelle che originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale.

Esse sono:

– allegria, sentimento di piena e viva soddisfazione dell’animo;

– invidia, stato emozionale in cui un soggetto sente un forte desiderio di avere ciò che l’altro possiede;

– vergogna, reazione emotiva che si prova in conseguenza alla trasgressione di regole sociali;

– ansia, reazione emotiva dovuta al prefigurarsi di un pericolo ipotetico, futuro e distante;

– rassegnazione, disposizione d’animo di chi accetta pazientemente un dolore, una sfortuna;

– gelosia, stato emotivo che deriva dalla paura di perdere qualcosa che appartiene già al soggetto;

– speranza, tendenza a ritenere che fenomeni o eventi siano gestibili e controllabili e quindi indirizzabili verso esiti sperati come migliori;

– perdono, sostituzione delle emozioni negative che seguono un’offesa percepita (es. rabbia, paura) con delle emozioni positive (es. empatia, compassione);

– offesa, danno morale che si arreca a una persona con atti o con parole;

– nostalgia, stato di malessere causato da un acuto desiderio di un luogo lontano, di una cosa o di una persona assente o perduta, di una situazione finita che si vorrebbe rivivere;

– rimorso, stato di pena o turbamento psicologico sperimentato da chi ritiene di aver tenuto comportamenti o azioni contrari al proprio codice morale;

– delusione, stato d’animo di tristezza provocato dalla constatazione che le aspettative, le speranze coltivate non hanno riscontro nella realtà.

Quindi, le seconde sono delle emozioni più complesse e hanno bisogno di più elementi esterni o pensieri eterogenei per essere attivate.

Bene, siamo giusti alla fine di questo piccolo viaggio. Alla prossima avventura nel mondo della psicologia!

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Naruto: il cartone animato che aiuta a pensare le emozioni difficili

 

BIBLIOGRAFIA:

Superare un trauma e ritrovare la serenità attraverso le sedute di EMDR

Superare un trauma e ritrovare la serenità attraverso le sedute di EMDR

 

Vivere un trauma può cambiare completamente l’esistenza dell’individuo che lo ha subito, provocando ansia, attacchi di panico, depressione, disturbi ossessivi, atteggiamenti compulsivi. Un metodo poco conosciuto l’EMDR aiuta a guarire la ferita psichica

 

Come si può affrontare un trauma? E’ possibile ritornare a vivere come prima dell’avvenimento che ci ha stravolto la vita? Uno studio svolto sui genitori che avevano perso i loro figli nel crollo della scuola elementare durante il terremoto nel 2002 a San Giuliano di Puglia, in Molise, ha mostrato come è possibile curare i disturbi post traumatici da stress.

EMDR è un trattamento psicoterapeutico che facilita la risoluzione di sintomi e di disagi emotivi legati a esperienze di vita stressanti e traumatiche. L’efficacia della tecnica di “Eye Movement Desensizitation and Reprocessing”, che significa “Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari” è stata dimostrata direttamente con fotografie del cervello, prima e dopo la terapia.

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Una guida per i DSA

Una guida per i DSA

Dal sito www.psicologiaescuola.it

“Come leggere la dislessia e i DSA”, a cura di Giacomo Stella e Luca Grandi, oggi arrivata alla quarta ristampa, è la prima guida in Italia rivolta agli insegnanti che vogliono prepararsi per affrontare i DSA in classe.
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La guida Come leggere la dislessia e i DSA, a cura di Giacomo Stella e Luca Grandi, Giunti Scuola, Firenze 2011.

“Ma siamo sicuri che sia dislessico?”. “Ma no, i dottori si sono sbagliati, questo bambino non ha nessun DSA, è solo svogliato”. “Come si fa a capire se è solo un po’ indietro nello sviluppo o se ha un DSA?”. Queste domande e affermazioni si sentono spesso nei corridori scolastici, pronunciate da genitori preoccupati e talvolta da insegnanti. E in ogni classe è altamente probabile ci sia almeno un bambino con DSA, di livello più o meno severo.

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