Fotografia e psicologia

“Le fotografie sono orme della nostra mente, specchi delle nostre vite, riflessi del nostro cuore.”

“La fotografia come catalizzatore non verbale fa emergere sentimenti e memorie a lungo escluse dalla coscienza”

Sono le parole di Judy Weiser, psicologa, arte-terapeuta e pioniera della FOTOTERAPIA.

Le tecniche di Fototerapia utilizzano gli scatti personali e le foto di famiglia dei pazienti in terapia — insieme ai sentimenti, ricordi, pensieri e alle informazioni che queste foto evocano — come catalizzatori nella comunicazione terapeutica.Usando gli scatti fotografici dei pazienti e i loro album fotografici di famiglia come stimoli, nel percorso psicoterapico, si scopre che rispondendo alle domande sulle fotografie i pazienti possono realizzare connessioni con memorie, pensieri e sentimenti sepolti profondamente nel loro inconscio e che le sole interviste verbali sono incapaci di portare alla luce. Si apre così un mondo di immagini, che diventano vettori di nuovi racconti, capaci di dire ciò che non riusciremmo a raccontare mai a parole.  A partire dal motivo per cui le si è scattate, scelte, collezionate e archiviate, si avvia una conversazione unica che parte proprio dall’inconscio. La fotografia è davvero un mezzo straordinario, adatto a chiunque: dagli adulti agli adolescenti, da soggetti con problemi psicologici di varia entità a semplicemente soggetti che vogliono approfondire come stanno al mondo. L’obiettivo primario in questo tipo di percorso è sempre ricostruire e, in alcuni casi, guarire la relazione che il paziente ha con sé stesso e con gli altri.

Il compito principale del terapeuta è quello di incoraggiare e di fornire sostegno al paziente nel percorso di scoperta personale mentre esplora e interagisce con le sue foto e le foto di famiglia che vengono osservate, scattate, raccolte (per esempio cartoline, foto di riviste, biglietti d’auguri, e così via), ricordate, attivamente ricostruite o soltanto immaginate.

Il lavoro di fototerapia e di fotografia terapeutica può essere svolto per mezzo di tipologie diverse di foto. Judy Weiser riassume cinque categorie:

  • fotografie scattate collezionate dal cliente (sia quelle in cui il paziente crea effettivamente l’immagine utilizzando una macchina fotografica, o semplicemente “appropriandosi” di immagini create da altri, raccogliendole da riviste, cartoline, internet, manipolazioni digitali e così via);
  • fotografie scattate da altri al cliente (sia quelle per cui ha posato volutamente che quelle catturate spontaneamente a sua insaputa);
  • autoritratti veri e propri, o metaforici (in ogni caso, queste sono foto in cui i pazienti esercitano un controllo totale su tutti gli aspetti della creazione dell’immagine);
  • album di famiglia e raccolte biografiche  (sia quelle della famiglia biologica che quelle della famiglia di adozione; sia che le foto siano state raccolte formalmente in un album o semplicemente tenute sparse, appiccicate sul muro o sulla porta del frigorifero, dentro il portafoglio, incorniciate sulla scrivania, sullo schermo del monitor o nei siti web familiari, e così via);
  • foto-proiettive: la tecnica utilizza il meccanismo (fenomenologico) secondo cui il significato di qualsiasi foto è in primo luogo creato dall’osservatore durante il processo di percezione dell’immagine. L’atto di guardare qualsiasi immagine fotografica produce delle percezioni e reazioni che vengono proiettate dal mondo interiore della persona sulla realtà e che determina così il senso che viene dato a ciò che si vede. Perciò questa tecnica non si basa su un tipo specifico di foto ma piuttosto sull’interfaccia meno tangibile tra una foto e il suo osservatore o creatore, lo “spazio” in cui ogni persona forma le proprie originali risposte a ciò che vede.

La fotografia, usata come strumento di facilitazione, consente di lavorare in maniera approfondita (e protetta) sulla propria immagine di sé e sulla propria visione della realtà (sono queste due facce di una stessa medaglia: quella della narrazione di sé e del riconoscimento della propria identità), divenendo consapevoli di quanto esse siano soggettive e di cosa tale soggettività comporti.

 

Anche i grandi fotografi parlano di uno sguardo speciale nel momento dello scatto e di come poi la foto stessa, faccia un suo percorso a volte inaspettato…

“La macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità. […] Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere. (da Henri Cartier-Bresson, Contrasto, 2004)” 

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Armenia, Unione Sovietica, 1972 © Henri Cartier-Bresson

 

Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate.” sono le parole della fotografa Diane Arbus

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Mother Holding her Child, N.J.,1967 Diane Arbus

“Ben presto ho imparato che un’immagine all’apparenza insignificante può divenire piena di significato ed è un aspetto della fotografia che ho sempre adorato.” dice la fotografa Annie Leibovitz

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La FOTOGRAFIA può diventare uno strumento prezioso anche nel lavoro di gruppo. Il “PHOTOLANGAGE” della Claudine Vacheret usa proprio la fotografia come strumento di comunicazione e mediazione nel gruppo.

“Spesso ci sorprendiamo nello scoprire, attraverso la parola dell’altro, una visione nuova e creatrice, un punto di vista diverso sulla realtà, che sembra aprirci nuovi orizzonto”   

“La fotografia , oggetto culturale, svolge la funzione di oggetto transizionale per poi divenire oggetto simbolico della mente gruppale”

C. Vacheret

 

Il metodo del Photolangage o fotolinguaggio della C. Vacheret nei gruppi comporta:

1) una domanda scelta dai conduttori  (consegna) per avviare la seduta di gruppo;

2) la scelta di una o più foto tra quelle disposte  sui tavoli, dai conduttori, in risposta alla consegna ricevuta

  • la fotografia si sceglie in silenzio per rispettare la riflessione e non condizionare la scelta degli altri;
  • si sceglie con lo sguardo, le fotografie rimangono sul tavolo a disposizione di tutti i partecipanti fino alla fine;
  • per segnalare che la propria scelta è stata fatta, si torna a sedere;
  • quando tutti sono tornati a sedere, ogni partecipante  va a prendere la sua fotografia;
  • è importante non cambiare fotografia anche se due o più persone hanno scelto la stessa immagine

3) confronto nel gruppo.

  • Ognuno presenterà la propria fotografia quando lo desidera, articolandosi eventualmente su quello che è stato detto. Tutti ascolteranno attentamente. Si è poi invitati a dire ciò che si vede di simile o differente nella fotografia rispetto a quanto detto da chi l’ha scelta.
  • Il tempo di chi presenta la propria foto permette al soggetto di appropriarsi della  propria scelta, di ascoltarsi mentre formula ciò che è la sua visione personale.
  • La presa di parola di coloro che desiderano intervenire su di una foto, contribuisce ad alimentare la catena associativa. Ognuno si riconosce più o meno nella propria scelta, ma sopratutto in quello che gli altri ne dicono, gli sguardi degli altri fanno evolvere mente la percezione della propria fotografia.

Nel Photolangage la propria modalità di osservazione viene arricchita ed integrata dall’osservazione altrui consentendo un allargamento percettivo attraverso una risonanza reciproca. La foto è l’oggetto mediatore, è un luogo, uno spazio che supporta le proiezioni di ognuno e si configura in posizione intermedia tra il soggetto e se stesso favorendo il contenimento di disagi, emozioni e pensieri.

photolangage